Tra ordine cosmico e legge dello stato: un’analisi comparata dei sistemi di giustizia nel mondo antico

Articolo in inglese

1.0 Introduzione: alle origini della giustizia e della mediazione

Questo contributo si propone di esplorare le radici profonde dei sistemi di gestione dei conflitti e di amministrazione della giustizia attraverso un’analisi comparata di alcune civiltà fondative del mondo antico: sumeri, Cina, India, Egitto, Grecia e Roma. A queste si aggiungerà un’analisi del kanun albanese, che funge da ponte cruciale tra le pratiche consuetudinarie e la nascita della teoria moderna della mediazione. Comprendere le origini di questi meccanismi non è un mero esercizio accademico; rappresenta un passaggio strategico per apprezzare l’evoluzione storica e la complessità strutturale che caratterizzano i moderni sistemi legali. Analizzando come queste società abbiano affrontato la necessità universale di risolvere le dispute, si può far luce sulle fondamenta del nostro stesso pensiero giuridico, scoprendo che processo formale e metodi alternativi hanno sempre convissuto in un sistema ibrido, “contaminandosi” a vicenda.

La tesi centrale che guida questa analisi è che, pur nella straordinaria varietà delle soluzioni adottate, emerge una traiettoria evolutiva comune. Questa traiettoria muove da modelli di giustizia primordiali, profondamente radicati nella comunità, nel sacro e nell’ordine divino, per approdare progressivamente a sistemi più strutturati, formalizzati, laici e centralizzati sotto il controllo dello stato. Questo passaggio, pur non essendo lineare, riflette la crescente complessità sociale, la nascita della proprietà privata e la centralizzazione del potere politico, ponendo le basi per i principi che, attraverso l’illuminismo, avrebbero definito la mediazione moderna.

Il documento è strutturato per guidare il lettore in questo percorso storico. Inizieremo con un’analisi dettagliata dei singoli modelli di giustizia, per poi procedere a un’analisi comparata che evidenzi similitudini e divergenze strutturali. Infine, una sintesi traccerà la traiettoria evolutiva complessiva, dalle origini comunitarie e divine fino all’affermazione della legge statale e alla sua codificazione filosofica. Apriamo questa esplorazione partendo dalla Mesopotamia, con la civiltà sumera, dove troviamo alcune delle prime testimonianze di un sistema organizzato di giustizia.

2.0 I modelli di giustizia nel mondo antico: un’analisi dettagliata

Ogni civiltà antica ha sviluppato un approccio unico alla giustizia, un sistema che non era un’astrazione teorica, ma un riflesso diretto della propria struttura sociale, delle credenze religiose e delle necessità economiche. La giustizia poteva essere un rituale per placare gli dèi, un meccanismo per preservare l’armonia comunitaria o uno strumento per consolidare il potere di un’élite emergente. L’analisi di ciascun modello, con le sue figure chiave e le sue procedure, fornirà i mattoni fondamentali che ci permetteranno, nella sezione successiva, di costruire una sintesi comparativa e di comprendere le dinamiche evolutive più ampie. Iniziamo il nostro viaggio da Sumer, dove la giustizia oscillava tra il divino e il regale.

2.1 Sumer: la giustizia tra divinità matrilineari e ordine patriarcale

Il fondamento della giustizia sumera era intrinsecamente divino, ma la sua concezione subì una profonda trasformazione che rifletteva un cambiamento epocale nella struttura sociale. In una fase arcaica, associata a una società matrilineare, la giustizia era legata a divinità femminili come Inanna, la grande madre, dea della fecondità, della giustizia e della vendetta. Questo modello era espressione di una dinamica sociale collaborativa. Successivamente, tra il III e il II millennio a.C., si assiste all’affermazione di un ordine patriarcale imposto dalla divinità maschile Marduk. La mitologia registra simbolicamente questo passaggio attraverso due omicidi cruciali: l’uccisione di Dumuzi, consorte di Inanna, per impedire un’alleanza tra le due divinità, e quella di Tiamat, dea del caos primordiale. Con questi atti, Marduk “riporta l’ordine”, inaugurando un’era di monolatria in cui un dio supremo domina gli altri, e il potere politico, sociale ed economico viene detenuto dagli uomini.

La struttura del sistema giudiziario sumero-babilonese era gerarchica e multifattoriale:

Il re deteneva la competenza sulle cause di maggiore importanza, una caratteristica che rimarrà una costante in molte civiltà successive.

Un’assemblea di anziani (“lukal”) assisteva il re, svolgendo un ruolo consultivo o, in alcuni casi, decisionale.

I sacerdoti avevano un ruolo giudiziario significativo, e i templi fungevano spesso da tribunali.

La nomina di giudici specifici per trattare i singoli casi risale al periodo babilonese, segnando un passo verso una maggiore specializzazione.

Una figura di straordinario interesse, che anticipa pratiche moderne, era quella dei Mashkim. Questi funzionari erano figure polivalenti, ricoprendo ruoli assimilabili a quelli di notaio, ufficiale giudiziario, giudice istruttore e, soprattutto, mediatore. Il loro compito primario era valutare il merito di una causa prima che questa arrivasse in tribunale. In questa fase preliminare, i Mashkim aiutavano le parti a risolvere i loro disaccordi in autonomia. Se la mediazione falliva, il caso procedeva verso il giudizio formale. Per svolgere la loro funzione, dovevano possedere qualità essenziali anche per un mediatore moderno: dovevano essere imparziali e neutrali, potendo solo formulare proposte che le parti erano libere di accettare o rifiutare. Fonti storiche indicano che il loro numero era fissato a 100.

In sintesi, il sistema sumero rappresenta un primo, fondamentale esempio di coesistenza tra giustizia divina, potere regio e meccanismi di mediazione pre-processuale. Esso crea un ponte ideale verso l’analisi del sistema cinese, dove l’ideale di armonia comunitaria giocherà un ruolo ancora più centrale.

2.2 Cina: la ricerca dell’armonia collettiva (hé)

Nelle prime società neolitiche cinesi, basate sull’agricoltura e su forti legami di clan, il valore supremo non era il diritto individuale, ma l’armonia collettiva (hé). La sopravvivenza del gruppo dipendeva dall’equilibrio e dalla cooperazione, un passato che Confucio avrebbe in seguito idealizzato. Secondo la sua filosofia, l’interesse della comunità e della famiglia doveva sempre prevalere su quello individuale. Il conflitto (lì) era visto non come uno scontro di diritti, ma come il prodotto di una cattiva educazione familiare, una vergogna che ricadeva sull’intero nucleo.

Questa concezione iniziò a mutare con l’affermarsi dell’agricoltura stanziale, che portò all’accumulo di ricchezza e alla nascita della proprietà privata. La conseguente stratificazione sociale creò una disuguaglianza strutturale e un’élite che necessitava di proteggere i propri interessi. Fu in questo contesto che nacque lo stato, non per preservare l’armonia, ma per gestire i conflitti tra interessi economici divergenti e per controllare una popolazione sempre più vasta e non più legata da vincoli di parentela.

Questa transizione diede origine a due approcci distinti alla giustizia, che avrebbero convissuto e si sarebbero fusi nel corso dei secoli:

Giustizia comunitaria (pre-statale): fondata sull’ideale dell’armonia, non mirava a punire, ma a ripristinare l’equilibrio. Le sanzioni più efficaci erano la pressione sociale e la vergogna (xiū) per aver deluso la famiglia e la comunità. La soluzione privilegiata era il risarcimento per compensare la vittima, in un’ottica correttiva e non punitiva.

Giustizia legalista (statale): con l’ascesa delle dinastie e la necessità di un controllo centralizzato, emerse la scuola legalista. La legge (fǎ) divenne uno strumento di potere per rafforzare lo stato. Questo sistema era caratterizzato da pene severissime (legge del taglione, mutilazioni), dalla colpa collettiva e dall’uso del terrore come deterrente.

La sintesi di questi due approcci si realizzò nel sistema imperiale, in particolare a partire dalla dinastia Han. Questo sistema ibrido (lǐ-fǎ) combinava la persuasione morale dei riti (lǐ), di matrice confuciana, con la coercizione di una struttura legale scritta e dettagliata (fǎ). La struttura era legalista, con codici e pene definite, ma l’applicazione era temperata dalla ricerca di una soluzione che preservasse, almeno formalmente, l’armonia sociale.

In conclusione, nonostante l’emergere di un potente apparato statale e di un sistema legale coercitivo, l’ideale dell’armonia collettiva è rimasto un faro etico e politico per millenni. Questa concezione di un ordine sociale che rispecchia un equilibrio più grande trova un parallelo significativo nella nozione di ordine cosmico presente in India.

2.3 India: la giustizia come riflesso del dharma cosmico

Il principale testo di riferimento per comprendere la giustizia nell’antica India è il Manava-Dharmasastra, noto come codice di Manù. È fondamentale precisare che non si tratta di un mero codice di leggi nel senso moderno, ma di un trattato onnicomprensivo sul dharma: l’ordine cosmico, il dovere, la legge morale e la giusta condotta che ogni individuo deve seguire.

L’approccio indiano alla giustizia era sorprendentemente psicologico. I versi 25 e 26 del codice di Manù istruiscono il giudice (pradvivaka) a “scoprire la mente degli uomini per mezzo dei segni esterni”. Egli doveva essere un vero e proprio “detective della psiche umana”, interpretando il tono della voce, il colore del volto, la postura e i gesti per cogliere l’ “intero pensiero” e smascherare la menzogna. Questo sistema anticipa di millenni i concetti moderni di analisi comportamentale, partendo dal presupposto che la falsità crei una dissonanza interiore che si manifesta inevitabilmente sul corpo.

Il re era il garante supremo del dharma, e il suo dovere era mantenere l’ordine e proteggere i sudditi. Per la risoluzione delle dispute, egli disponeva di quattro “upaya” (espedienti), da utilizzare in sequenza:

Sāma (conciliazione/persuasione): la prima e preferibile opzione, basata sul dialogo e la diplomazia.

Dāna (donazione/compenso): l’offerta di un risarcimento per chiudere pacificamente la disputa.

Bheda (divisione/seminare discordia): una tattica strategica per indebolire gli avversari.

Daṇḍa (punizione/forza): l’uso della forza militare come ultima ratio.

Il Sāma era considerato l’espediente più nobile, riflettendo un ideale di armonia che presenta forti analogie con il concetto cinese di Hé. La giustizia, quindi, non era solo l’applicazione di una norma, ma un atto volto a ripristinare un equilibrio che era al contempo sociale e cosmico. Un concetto simile di ordine universale che deve essere mantenuto sulla Terra si ritrova con straordinaria forza anche in Egitto, incarnato dalla dea Maat.

2.4 Egitto: la giustizia come mantenimento di Maat

Nel cuore della civiltà egizia non vi era un codice di leggi, ma un principio universale: Maat. Essa rappresentava l’ordine cosmico, la verità, la giustizia e l’equilibrio, la forza vitale che regolava il ciclo del Nilo, il moto delle stelle e la condotta umana. Il suo opposto era Isfet: il caos, la menzogna e l’ingiustizia. Il dovere fondamentale di ogni egiziano, dal faraone al più umile contadino, era preservare Maat e respingere Isfet. Un’ingiustizia non riparata era una vittoria del caos che minacciava l’intera società.

La struttura della giustizia egizia era una gerarchia sacra al servizio di questo principio.

Il Faraone era il “signore di Maat”, il garante supremo dell’ordine cosmico sulla Terra. Le sue decisioni non erano atti di un despota, ma espressioni di Maat, e amministrare la giustizia era un dovere religioso.

Il Visir, il più alto funzionario dello stato, era il “sacerdote di Maat” e il capo del sistema giudiziario. Le istruzioni a lui rivolte lo esortavano a giudicare con assoluta imparzialità, “allo stesso modo per il conosciuto e lo sconosciuto”.

I tribunali locali (Genbet), composti da notabili, gestivano le dispute quotidiane (contratti, eredità, piccoli furti). Il loro scopo primario era spesso la riconciliazione e il risarcimento, per ripristinare l’armonia sociale in accordo con Maat.

Un esempio emblematico di giustizia pratica al servizio di Maat era il lavoro degli Arpenodapti (“tiratori di corda”; poi agrimensori nel mondo romano ed infine geometri nella società moderna). Ogni anno, le inondazioni del Nilo cancellavano i confini dei campi. Questi tecnici, utilizzando corde e principi geometrici, ripristinavano i confini. Questo non era un mero atto tecnico, ma un atto di giustizia sacro, fondamentale per prevenire i conflitti sulla terra e ristabilire letteralmente l’ordine di Maat sul territorio.

La concezione della giustizia era profondamente influenzata dal giudizio dell’aldilà, la psicostasia (pesatura del cuore). Questa credenza spiega la totale assenza di avvocati nella società egizia: ogni individuo era l’unico responsabile delle proprie azioni e avrebbe dovuto giustificarle da solo davanti al tribunale di Osiride. Durante questo giudizio ultraterreno, il cuore del defunto veniva pesato su una bilancia contro la piuma di Maat. Per superare la prova, il defunto doveva recitare le 42 confessioni negative (“Non ho rubato”, “Non ho calunniato”), un vero e proprio codice etico che guidava la condotta in vita per rimanere in armonia con Maat.

In conclusione, la giustizia egizia era intrinsecamente religiosa e cosmica, un dovere sacro per mantenere l’equilibrio del mondo. Questo legame indissolubile con il divino inizia a incrinarsi nel mondo greco, dove la giustizia diventa progressivamente un affare più terreno, un pilastro della vita civica della polis.

2.5 Grecia: dalla vendetta privata alla giustizia del popolo

Il percorso della giustizia in Grecia, e in particolare ad Atene, rappresenta un’evoluzione paradigmatica dalla vendetta privata a un sistema fondato sulla legge scritta e sull’arbitrato pubblico, pur senza mai abbandonare completamente la sua natura privatistica.

Nel periodo arcaico, la risoluzione dei conflitti era affidata a due meccanismi principali:

La vendetta (dikē): era il diritto e il dovere del gruppo familiare (genos) di farsi giustizia da sé. L’atto, indipendentemente dall’intenzione, contaminava la comunità e richiedeva una purificazione.

L’accordo con risarcimento (poinē o aidesis): la famiglia offesa poteva astenersi dalla vendetta in cambio di un risarcimento in beni o denaro. Si trattava di un vero e proprio contratto privato, la cui esecuzione era garantita dall’onore e dalla parola data. La comunità, come illustrato nella celebre scena dello scudo di Achille nell’Iliade, non imponeva la giustizia ma agiva da arbitro e legittimava la soluzione concordata tra le parti.

La “grande svolta” avvenne nel VII secolo a.C. con l’opera di legislatori come Dracone ad Atene e Zaleuco di Locri in Magna Grecia. La codificazione scritta delle leggi sottrasse la giustizia all’arbitrio delle aristocrazie, che gestivano un diritto orale. La legge divenne pubblica, certa e uguale per tutti. Zaleuco, in particolare, introdusse il principio di pene fisse e commisurate al reato, eliminando la discrezionalità del giudice e ponendo le basi per un’oggettività del diritto. È a lui che la tradizione attribuisce l’introduzione del tentativo obbligatorio di conciliazione prima di poter intentare una causa.

Il sistema giudiziario dell’Atene classica (V-IV sec. a.C.) sviluppò caratteristiche uniche, volte a promuovere la concordia (homonoia) e a disincentivare il contenzioso.

Nella fase preliminare (anakrisis), era previsto un tentativo obbligatorio di conciliazione (diallage).

Ogni cittadino a 59 anni doveva prestare un anno di servizio civico obbligatorio come dieteta (arbitro pubblico).

Esistevano disincentivi economici (parastasis, itēmoria) per scoraggiare le liti temerarie, come multe salate per chi abbandonava un processo o non otteneva un quinto dei voti della giuria.

Il carattere distintivo della giustizia greca era la sua natura ibrida: l’iniziativa era sempre privata (non esisteva un pubblico ministero), ma la sua amministrazione era un affare pubblico. Soprattutto, a differenza di altre civiltà, la giustizia non era amministrata da sacerdoti, re o burocrati, ma dal popolo sovrano attraverso giurie popolari estratte a sorte. È fondamentale notare che le leggi non erano dottrina consolidata, ma venivano trattate come un “mezzo di prova” (un mezzo di prova). I logografi, gli oratori che scrivevano le arringhe per le parti, come riportano le fonti, “se le inventavano di sana pianta” per persuadere la giuria, evidenziando la natura retorica e non professionalizzata della giustizia ateniese.

Il modello ateniese rappresenta quindi una via originale, un compromesso tra l’istinto arcaico della vendetta e l’ideale democratico della legge. La riconciliazione era considerata la vera vittoria per la polis, e il processo un’extrema ratio. Un’evoluzione diversa avverrà a Roma, dove il diritto si professionalizzerà in modo inedito, diventando una vera e propria scienza laica.

2.6 Roma: l’evoluzione dal sacro al secolare nel diritto

Alle origini, la giustizia a Roma non era un affare di giudici, ma di dèi. Si fondava sui mores maiorum, i costumi degli antenati, un insieme di obblighi morali come la pietas (rispetto verso dèi e famiglia), la fides (lealtà alla parola data) e il pudor (la vergogna per la violazione della norma). L’obiettivo primario era mantenere la pax deorum, la pace con le divinità. In questo contesto, chi non cercava la conciliazione commetteva un’offesa religiosa. I pontefici, in qualità di sacerdoti, erano gli unici depositari e interpreti di questo sapere sacro-legale.

La pubblicazione delle XII tavole (circa 450 a.C.) segnò il momento di svolta fondamentale. La codificazione scritta trasformò il diritto da un sapere segreto e aristocratico a un sistema pubblico, certo e conoscibile da tutti. Questo processo avviò una progressiva laicizzazione del sistema legale, che portò alla nascita del ceto dei giureconsulti, esperti laici che, attraverso i loro pareri (responsa), costruirono l’imponente architettura del diritto romano classico.

Anche le figure centrali del processo romano riflettevano questa particolare evoluzione e differivano notevolmente dai loro omologhi moderni.

Lo iudex non era un giurista di professione, ma un cittadino stimato, scelto come arbitro per decidere sui fatti della causa, basandosi sul buon senso.

Il patronus (come Cicerone) non era un rappresentante legale con una procura, ma un oratore influente che “parlava a favore” di una parte, usando la sua abilità retorica per persuadere lo iudex.

Roma sviluppò una straordinaria varietà di figure dedicate alla mediazione e alla conciliazione, testimoniando la centralità di queste pratiche nella vita sociale e commerciale:

Conciliatio: termine usato per l’armonia religiosa e coniugale.

Negotiatio: l’attività di mediazione e trattativa tra commercianti, banchieri e finanzieri.

Mediatio / proxeneta: figura che metteva in relazione due o più parti per la conclusione di un affare, simile al moderno mediatore d’affari.

Disceptatio domestica / disceptator: una forma di conciliazione valutativa, spesso condotta da un amico, un parente o un giureconsulto per risolvere le liti in ambito privato. Il disceptator era un “moderatore del fatto e della decisione”.

Interpres: un conciliatore a pagamento.

Sequester pacis: un conciliatore che poteva agire anche come depositario giudiziario.

Publicae gratiae sequester: un mediatore che interveniva in conciliazioni ufficiali di grande rilevanza, come quelle tra patrizi e plebei.

La natura del processo romano era prevalentemente privata. La citazione in giudizio (vocatio in ius) era un atto privato: l’attore doveva letteralmente trovare il convenuto in un luogo pubblico e intimargli di seguirlo. Le notevoli difficoltà pratiche di questa procedura, unite a un forte senso dell’onore, incoraggiavano fortemente il ricorso a tentativi di conciliazione domestica (disceptatio inter paretes). Questa preferenza per la via privata è resa vividamente comprensibile dalla descrizione critica che Macrobio fa del iudex romano, spesso descritto come ubriaco, annoiato, più interessato al cibo che alla giustizia e incline a orinare nelle viuzze mentre si reca al foro.

In conclusione, Roma, pur sviluppando il sistema giuridico più laico, tecnico e professionalizzato del mondo antico, ha sempre mantenuto la conciliazione come un pilastro fondamentale della risoluzione delle controversie, relegando il processo formale al ruolo di extrema ratio.

2.7 Dalla vendetta al perdono negoziato: il Kanun albanese e le radici della mediazione moderna

Un capitolo fondamentale nella storia della gestione dei conflitti, che funge da ponte tra le consuetudini antiche e la teoria moderna, è rappresentato dal kanun delle montagne albanesi. Le sue radici affondano nella cultura illirica, fondata sul principio che “tutti gli uomini sono uguali e buoni” e che, di conseguenza, nessun uomo può giudicare un altro senza il suo consenso. In un tale sistema, l’unica risposta a un’offesa grave era la vendetta di sangue (gjakmarrja), un dovere d’onore.

Una svolta cruciale avvenne a metà del XV secolo. I due condottieri albanesi, Scanderbeg e Lek Dukagjin, dovettero unire le forze contro l’impero ottomano. Scanderbeg, influenzato dall’umanesimo occidentale, perdonò un suo luogotenente traditore e propose di inserire nel Kanun la possibilità del perdono (falja). Dopo un acceso dibattito, si raggiunse un negoziato storico: il perdono fu concesso, ma a una condizione richiesta da Dukagjin: la vendetta, se scelta, poteva essere estesa a tutti i parenti maschi dell’offensore.

Questo compromesso diede vita a una nuova dinamica sociale: accanto alla vendetta, nacque la possibilità di un accordo mediato da “buoni amici” (miq të mirë). Questi mediatori non imponevano una soluzione, ma facilitavano un dialogo per riparare l’onore leso ed evitare lo spargimento di sangue. Il loro ruolo era cruciale per trasformare un conflitto potenzialmente mortale in una riconciliazione.

Questa antica pratica consuetudinaria ebbe un’influenza decisiva e diretta sulla nascita della mediazione moderna. Nel 1765, il filosofo dell’illuminismo tedesco Christian Wolff, affascinato dalle prassi descritte nel kanun, ne tradusse i principi in un sistema filosofico-giuridico. Fu Wolff a fornire la prima definizione moderna e sistematica di mediatore e di mediazione, codificando i principi fondamentali che ancora oggi guidano la pratica: l’imparzialità, l’autodeterminazione delle parti, la volontarietà del processo e il divieto per il mediatore di imporre soluzioni. Il kanun, quindi, non è solo una reliquia storica, ma la fonte diretta da cui l’illuminismo attinse per formulare le basi teoriche della mediazione contemporanea.

3.0 Analisi comparata: similitudini e divergenze strutturali

Dopo aver esaminato i singoli sistemi di giustizia, è ora possibile procedere a un’analisi trasversale. Questo approccio comparativo ci permetterà di superare le specificità culturali per identificare i modelli ricorrenti, le similitudini sorprendenti e le differenze fondamentali nell’approccio alla risoluzione dei conflitti. Metteremo a confronto la fonte dell’autorità giuridica, gli attori principali del sistema e i meccanismi di risoluzione privilegiati.

3.1 La fonte dell’autorità giuridica: divinità, comunità o stato?

Un primo, fondamentale elemento di differenziazione riguarda la fonte da cui promana la legittimità della legge e della giustizia. Possiamo identificare tre modelli principali:

Ordine divino e cosmico: in Egitto, India e nella Roma arcaica, la giustizia era un’emanazione diretta di un ordine superiore. In Egitto, un’ingiustizia era una violazione di Maat, un atto che rafforzava il caos (Isfet) e minacciava l’equilibrio dell’universo. In India, la legge era un riflesso del dharma, e il suo rispetto era un dovere cosmico. A Roma, prima della laicizzazione, erano i mores maiorum a dettare la condotta per mantenere la pax deorum. In questi contesti, l’offesa non era solo contro un individuo, ma contro l’intero ordine religioso e cosmico.

Comunità e tradizione: in altri sistemi, l’autorità derivava primariamente dalla comunità e dalle sue norme non scritte. Nella Cina pre-statale, la giustizia era mantenuta attraverso la pressione sociale, l’ideale di armonia (hé) e la paura della vergogna (xiū). Nella Grecia arcaica, il sistema si basava sulla vendetta familiare (dikē), un meccanismo regolato e legittimato dal consenso della comunità, che agiva più da arbitro che da impositore.

Lo stato e la legge scritta: l’ascesa di strutture politiche centralizzate segnò una svolta epocale. La legge divenne uno strumento di potere dello stato. L’approccio legalista cinese (fǎ) usava pene draconiane per rafforzare l’autorità centrale. Questa transizione fu guidata dal passaggio all’agricoltura stanziale e dall’emergere della proprietà privata, che crearono una disuguaglianza strutturale e necessitarono di un potere centralizzato per proteggere gli interessi delle élite. In Grecia, la codificazione scritta delle leggi da parte di Dracone sottrasse la giustizia all’arbitrio aristocratico, rendendola certa e pubblica. A Roma, le XII tavole ebbero un effetto simile, trasformando un diritto sacro e segreto in un diritto laico e conoscibile da tutti i cittadini.

3.2 Gli attori della giustizia: sacerdoti, burocrati, anziani e cittadini

La diversità nelle fonti di autorità si riflette direttamente sulla natura di coloro che erano chiamati ad amministrare la giustizia. La seguente tabella riassume i principali attori giudiziari in ciascuna civiltà.

CiviltàPrincipali figure giudiziarie
SumerRe, sacerdoti (nei templi-tribunali), assemblea degli anziani (lukal), mashkim (mediatori pre-processuali).
EgittoFaraone (garante di maat), visir (capo del sistema giudiziario), tribunali locali (qenbet) composti da notabili.
IndiaRe (garante del dharma), giudici (pradvivaka) specializzati nell’analisi psicologica.
CinaFunzionari e burocrati dell’apparato statale imperiale.
GreciaPopolo sovrano (giurie popolari estratte a sorte), dieteti (arbitri pubblici).
RomaPontefici (in epoca arcaica), giureconsulti laici, iudex (cittadino privato come arbitro dei fatti).

Dalla tabella emergono chiare differenze strutturali. Da un lato, abbiamo sistemi a guida sacerdotale e regale, come in Egitto e Sumer, dove la giustizia è strettamente legata al potere religioso e monarchico. Dall’altro, troviamo sistemi burocratici, come nella Cina imperiale, dove la giustizia è uno strumento dell’amministrazione statale. Infine, spiccano i modelli a partecipazione civica, unici nel mondo antico: la Grecia, con la sua democrazia diretta esercitata attraverso le giurie popolari, e in parte Roma, dove un cittadino privato (lo iudex) era chiamato a decidere sulla base dei fatti.

3.3 I meccanismi di risoluzione: il primato della conciliazione

Nonostante le profonde differenze strutturali, emerge una sorprendente similitudine: quasi tutte le civiltà antiche consideravano il processo formale come un’extrema ratio, una soluzione da evitare se possibile. La conciliazione e la mediazione erano quasi universalmente privilegiate come il metodo primario per risolvere le dispute.

In Sumer, i mashkim avevano il compito esplicito di aiutare le parti a trovare un accordo prima di andare in tribunale.

In India, il sāma (conciliazione) era il primo e più nobile degli espedienti a disposizione del re.

In Egitto, i tribunali locali qenbet cercavano primariamente la riconciliazione per ripristinare l’armonia sociale.

In Grecia, il tentativo di diallage (conciliazione) era una fase obbligatoria del procedimento ateniese.

A Roma, le difficoltà della vocatio in ius e il forte senso dell’onore spingevano alla disceptatio domestica, la conciliazione privata.

Questa preferenza per la conciliazione era motivata da due fattori principali. In primo luogo, era profondamente legata agli ideali culturali di armonia sociale (l’hé cinese, l’homonoia greca, la pax romana). Un contenzioso formale creava fratture permanenti nel tessuto sociale, mentre un accordo amichevole lo ricuciva. In secondo luogo, c’erano ragioni pratiche: il processo era costoso, incerto e socialmente disgregante. La conciliazione rappresentava una via più rapida, economica e sostenibile per la comunità.

4.0 La traiettoria evolutiva: dalla comunità allo stato, dal divino al laico

Riprendendo la tesi centrale di questo articolo, le analisi condotte finora ci permettono di sintetizzare le prove emerse e di tracciare con maggiore chiarezza la traiettoria evolutiva dominante della giustizia nel mondo antico. Sebbene ogni civiltà abbia seguito un percorso unico, è possibile identificare due macro-tendenze che, intrecciandosi, hanno plasmato il passaggio dai sistemi arcaici a quelli classici: la secolarizzazione dell’autorità legale e la sua centralizzazione nelle mani dello stato.

Il passaggio dal divino al secolare

La prima grande trasformazione riguarda la progressiva separazione dell’autorità legale dalla sfera puramente religiosa. Inizialmente, la legge non era distinguibile dal precetto divino. A Sumer, vediamo questo passaggio simboleggiato dal mito: si passa dall’ordine collaborativo della dea Inanna all’ordine gerarchico imposto dal dio Marduk, che prelude ai codici regi scritti. L’esempio più limpido di questa evoluzione è però quello di Roma. Qui, l’autorità legale si sposta in modo tangibile dai pontefici, custodi di un sapere sacro e segreto, ai giureconsulti laici, esperti di un ius civile pubblico e razionale. La legge, pur mantenendo un fondamento morale, diventa una scienza umana, un prodotto della ragione e della tecnica giuridica.

Il passaggio dal comunitario allo statale

La seconda traiettoria, parallela e connessa alla prima, è il passaggio dal controllo sociale informale, gestito dalla comunità, alla giustizia amministrata e imposta dallo stato. Nelle società arcaiche, come quella greca omerica o quella cinese neolitica, il conflitto era gestito all’interno del gruppo attraverso meccanismi come la vendetta regolamentata o la pressione sociale. Con l’aumento della complessità sociale e la concentrazione del potere, lo stato avocò a sé il monopolio della giustizia. L’imposizione di codici scritti (come quelli babilonesi o le leggi di Dracone), la creazione di tribunali statali e l’applicazione di pene standardizzate (come nel sistema legalista dell’impero cinese) sono tutte manifestazioni di questo processo. La giustizia non è più un affare privato da negoziare, ma una funzione pubblica da amministrare per garantire l’ordine e il controllo centrale.

Questa doppia evoluzione, pur con eccezioni e percorsi non lineari, rappresenta la tendenza storica dominante che ha gettato le basi per i moderni sistemi giuridici. La giustizia, nata come un dovere religioso e comunitario, si è trasformata in un diritto amministrato da un potere statale laico e centralizzato.

5.0 Conclusione: l’eredità dei sistemi giuridici antichi

L’analisi comparata dei sistemi di giustizia nel mondo antico ha rivelato un panorama di straordinaria complessità, caratterizzato da un sistema ibrido in cui processo formale e risoluzione negoziata hanno sempre convissuto. Abbiamo osservato come la ricerca dell’armonia e la preferenza per la conciliazione fossero elementi comuni a culture distanti, da Roma alla Cina. Al contempo, sono emerse divergenze fondamentali riguardo alla fonte della legge (divina, comunitaria o statale), al ruolo degli attori (sacerdoti, cittadini, burocrati) e al grado di professionalizzazione del diritto.

L’eredità di questi sistemi è ancora profondamente radicata nel nostro pensiero giuridico. L’ideale di uguaglianza dei cittadini di fronte a una legge scritta trova la sua prima affermazione in Grecia. La necessità di un diritto certo, pubblico e razionale, sviluppato da esperti laici, è il grande lascito di Roma. L’importanza cruciale della mediazione come strumento per preservare le relazioni, un’idea oggi al centro delle moderne ADR, era un principio già praticato in quasi tutte le culture, dai Mashkim sumeri ai disceptatores romani.

Tuttavia, la scoperta più significativa di questo percorso è che le radici della mediazione moderna non sono solo una generica eredità diffusa, ma affondano in un preciso momento storico e filosofico. La pratica della composizione dei conflitti, evolutasi per millenni, trova il suo punto di svolta nel kanun albanese, dove il negoziato tra vendetta e perdono istituzionalizza la figura del mediatore come garante della pace e dell’onore. È questa tradizione consuetudinaria che, filtrata attraverso il pensiero dell’illuminismo e l’opera di Christian Wolff, viene trasformata nei principi universali di autodeterminazione, imparzialità e volontarietà che oggi definiscono la mediazione. La storia del diritto si rivela così non solo come il racconto della tensione tra ordine imposto ed equità negoziata, ma come un percorso che, da Sumer a Roma e attraverso le montagne albanesi, ha condotto alla codificazione di uno degli strumenti più raffinati per la convivenza civile.

Epoca o CiviltàFigura o IstituzioneTipologia di InterventoCaratteristiche PrincipaliConcetto di Giustizia/ArmoniaBase Filosofica o NormativaBase Filosofica o Normativa
Antiche Civiltà (Sumeri, 4500-1900 a.C.)MashkimMediazione e conciliazione preventivaSoggetti con molteplici funzioni (notaio, ufficiale, mediatore) che valutavano il merito prima del tribunale.Risoluzione autonoma dei disaccordi per evitare il giudizio; imparzialità e neutralità.Prassi sumere; i Mashkim potevano solo fare proposte non vincolanti.Alta efficacia nel filtrare le liti prima del Re; fondamento storico della mediazione moderna.
Cina Antica (5000 a.C. – Era Imperiale)Anziani del clan / Tàibǎo (Gran Tutore)Mediazione comunitaria e ritualeForte pressione sociale, biasimo della famiglia, risarcimento piuttosto che pena.Hé (Armonia collettiva); l’interesse della comunità prevale sull’individuale.Confucianesimo (Lǐ – Riti) vs Legalismo (Fǎ – Legge).Estremamente elevata; ancora oggi la Cina concilia circa il 69% delle mediazioni (12,8 milioni di casi).
India Antica (II sec. a.C. – II sec. d.C.)Duta (Ambasciatore) / Pradvivaka (Giudice)Sāma (Conciliazione/Persuasione)Analisi strategica e comunicazione non verbale (lettura dei segni e del volto).Dharma (ordine cosmico e sociale); la verità è nascosta nella psiche umana.Manava-Dharmasastra (Codice di Manù); teoria dei quattro Upaya (espedienti).Efficace per mantenere l’ordine sociale gerarchico; Sama considerato l’espediente più nobile.
Antico EgittoFaraone / Visir / ArpenodaptiMediazione e ripristino dei confiniUso della geometria per prevenire conflitti agrari; assenza di avvocati (responsabilità personale).Maat (Verità, Equilibrio, Ordine) vs Isfet (Caos).Decreti reali e 42 confessioni negative per il giudizio dell’aldilà.Stabilità millenaria del sistema sociale basata sulla percezione divina della giustizia.
Grecia Antica (Atene, V-IV sec. a.C.)Dieteti (Arbitri Pubblici)Arbitrato e conciliazione obbligatoriaCittadini di 59 anni che tentano la conciliazione; se fallisce emettono un lodo appellabile.Homonoia (Concordia); disincentivo del contenzioso tramite cauzioni (parastasis).Legislazione di Solone e Dracone; influenza di Pitagora (Zaleuco di Locri).Efficace nel ridurre le liti temerarie grazie a sanzioni pecuniarie pesanti.
Antica RomaDisceptatores domestici / Sequester pacisDisceptatio (Conciliazione valutativa)Tentativi domestici gratuiti dalle 6 del mattino; moderazione del fatto e della decisione.Pax Deorum e Mores Maiorum (Fides, Pietas); la conciliazione come rito necessario.XII Tavole; Ius Civile; Digesto di Giustiniano.La conciliazione era l’approccio preferito (extrema ratio il processo) fino alle restrizioni di Caligola.
Albania (dal XV secolo)Mediatori / BurrnesheMediazione per riparare l’onoreIntroduzione del perdono per evitare la vendetta di sangue (Gjakmarrja); tregua (Besa).Uguaglianza e onore; ‘L’onore non si compensa con i beni ma col sangue o col perdono’.Kanun di Lek Dukagjin.Fondamentale per la sopravvivenza sociale in assenza di tribunali statali fino al 1928.
Età dei Lumi (1765)Christian Wolff (Filosofo)Mediazione modernaDefinizione dei principi di imparzialità, volontarietà e autodeterminazione.Assopire le ingiurie e guardare al futuro senza attribuire torti o ragioni.Jus naturae methodo scientifica pertractatum.Base teorica per tutte le moderne leggi sulla mediazione civile.
Età Moderna (USA, 1981 – oggi)Fisher, Ury e Patton (Harvard)Negoziato di Princìpi (Metodo Harvard)Separazione persone-problema, focus sugli interessi, generazione di alternative, criteri oggettivi.Soluzione win-win; superamento della negoziazione dura o morbida.Harvard Negotiation Project; ‘Getting to Yes’.Standard globale; porta a tassi di successo oltre il 50% quando le parti proseguono oltre il primo incontro.
Italia (2023-2025)Mediatore Civile / Organismi di MediazioneMediazione obbligatoria e demandataDigitalizzazione elevata (49% online); condizione di procedibilità per molte materie.Deflazione del contenzioso e cultura della pacificazione sociale.D.Lgs. 28/2010; Riforma Cartabia (D.Lgs. 149/2022).Tasso di successo del 52,7% in caso di prosecuzione; forte impatto digitale ma ancora molto formalismo (85%).

Evoluzione storico-normativa del conflitto

In seminario

“La mediazione e le forme complementari di risoluzione delle controversie civili”

26 maggio 2021 ore 17

Avv. Carlo Alberto Calcagno

Mediatore civile e commerciale e familiare

Noi uomini del XXI secolo abbiamo un concetto di giustizia legato al processo e ad un tribunale stabile ove decidono dei giudici professionali che emettono delle sentenze motivate secondo diritto a seguito di un’istanza per lo più presentata da avvocati.

Questo schema a cui siamo abituati non è profondamente radicato nella storia come ci verrebbe da pensare; ci appartiene solo dal XIX secolo.

Lo stesso concetto attuale di tribunale peraltro in altri paesi è diverso dal nostro: negli Stati Uniti ad esempio con il termine “Tribunal” si intende qualsiasi luogo ove si prendono decisioni che incidono sui diritti, ma non vi è l’idea di un luogo fisso e predeterminato; si potrebbe ad esempio anche fare riferimento ad un’agenzia governativa. 

I millenni che ci hanno preceduto hanno spesso conosciuto composizioni itineranti. Così ad esempio in Cina o in Francia dove abbiamo ancora oggi una conciliazione itinerante, in Roma dove il praetor decideva in basilica, ma esercitava anche la giurisdizione de plano nei luoghi di privata dimora. Carlo Magno aveva i suoi Missi dominici, Federico II il Gran giustiziere e i maestri giustizieri che giravano per tutti i domini di loro competenza. Ancora il conciliatore del Regno di Sicilia in pieno Ottocento andava per le strade a cercare privati dissidi da comporre.

Le cose sono cambiate col Regno d’Italia, anche se gli uomini del periodo unitario non sapevano sostanzialmente che cosa fosse un tribunale, una corte d’appello o una cassazione (inizialmente ce ne erano ben cinque). La giustizia si esercitava per lo più presso il conciliatore e in qualche misura presso le preture.

Le preture non esistono più dagli anni ‘90 ed il conciliatore è stato sostituito dal giudice di pace, ma si sono accentrate tutte le liti presso il tribunale con gli esiti che abbiamo tutti sotto gli occhi.

Anche il concetto di giudice è mutato grandemente nel tempo. La storia ricorda solo pochi esempi di giudici che fossero giureconsulti: lo Scabino franco che era anche notaio e il Gran Giustiziere siculo.

Non lo erano i giudici più antichi e una laurea in giurisprudenza venne richiesta soltanto nei domini sabaudi a metà del XVIII secolo.

I giudici antichi si valevano di assessori che erano laureati in legge, ma la loro consultazione non era obbligatoria. Solo con Federico II a ben vedere si collazionarono delle raccolte di pronunce a cui potevano attingere anche i non giuristi e dunque si diffuse l’idea di un’applicazione della giustizia legata al precedente (che oggi troviamo nei paesi anglo-sassoni).

I giudici erano sostanzialmente dei boni homines che godevano della fiducia del principe.

Spesso non sapevano né leggere né scrivere ed infatti, ad esempio nel regno di Federico II le sentenze venivano stese dal notaio peraltro in presenza dei giudici e di testimoni che sapessero leggere e scrivere.

Non sapevano leggere o scrivere i giudici della Grecia antica che si limitavano a prendere una decisione con il voto, alzando o abbassando una mano.

Gli stessi avvocati sino al 1870 non avevano spesso neanche un titolo di scuola elementare perché nel nostro paese non c’era l’obbligo di istruzione (nemmeno per i farmacisti).

Del resto l’obbligo di scrivere la sentenza arriva soltanto con Federico II nel XIII secolo e solo con la Rivoluzione francese si arriva a pretendere una motivazione.

Lo stesso ruolo degli avvocati è mutato nel tempo: nell’Attica antica non esistevano i legali ma c’erano solo dei logografi giudiziari che a pagamento cercavano di convincere il giudice spesso inventando di sana pianta il testo della legge (per cui non sappiamo ad esempio con sicurezza quali fossero le leggi davvero vigenti nella Grecia antica); all’epoca la legge si considerava un mezzo di prova.

Gli avvocati dell’antica Roma non avevano la rappresentanza del cliente, ma si limitavano a parlare bene del loro assistito. La rappresentanza del resto era vista con sfavore dai giudici anche nel XIX secolo e si pretendeva pure l’atto notarile per conferirla. Così come oggi si pretende la procura sostanziale per la mancata partecipazione alla mediazione.

Anche gli uomini che litigavano ovviamente non sapevano né leggere né scrivere ed infatti i primi verbali di polizia (detti notoria) che arrivano sotto l’imperatore Valente, erano compilati soltanto dai poliziotti e ancora si discuteva in Cassazione nel XIX secolo sulla loro validità in giudizio.

Gli stessi atti di matrimonio ancora negli anni ’20 del secolo scorso riportavano spesso solo una croce. L’alfabetizzazione è stato un processo lungo. Pensiamo che solo nel 1962 il partito socialista  pose come condizione per appoggiare il governo di centro-sinistra l’estensione della scuola dell’obbligo ai tre anni successivi al quinquennio elementare e dunque venne fondata la scuola media unica. Di scuola elementare obbligatoria si inizia a parlare nel nostro paese attorno al 1860, ma gli esiti del dibattito non furono proficui; solo nel 1877 si stabilì che le scuole elementari durassero cinque anni e che il primo triennio fosse obbligatorio.

In una situazione come quella descritta come veniva effettuata la composizione del conflitto?

Gli uomini antichi avevano capito di base che l’uso della forza era economicamente meno conveniente dell’accordo.

Certo inizialmente lasciavano per lo più spazio alla vendetta anche se talvolta stipulavano delle intese dietro corresponsione di beni o denaro.

Oggi esiste la procura della Repubblica e quindi l’azione penale è pubblica, ma nella Grecia di Omero e nella Roma precedente a Cicerone le contese dipendevano solo dall’iniziativa privata.

Si ricorreva all’autorità (che poi era un consiglio di anziani) solo per stabilire se uno aveva il diritto di vendicarsi quando c’era un altro che sosteneva il contrario perché adduceva un accordo oppure in caso di accordo se chi doveva pagarne il prezzo, si assumeva, non avervi provveduto.

Le prime forme di giustizia sono dunque arbitrali e fondate sul consenso, ma anche la conciliazione aveva una sua parte importante.

Nel mondo greco-romano poi il processo si sviluppa sulla base delle forme di composizione che si erano escogitate nell’ambito della gens, della fratria o della famiglia, ossia in base all’arbitrato e alla conciliazione (e non il contrario) ma l’accordo o comunque una decisione extragiudiziaria era molto frequente perché ad esempio in Grecia non esistevano i diritti reali, solo gli uomini liberi ed i meteci potevano adire i tribunali e poi le sentenze erano comunque uniche e definitive.

A Roma vigevano gli usi ricordati dall’Evangelista Luca:  “Perché non giudicate da soli ciò che è giusto fare? Quando vai con il tuo avversario dal giudice, cerca di trovare un accordo con lui mentre siete ancora tutti e due per strada, perché il tuo avversario può trascinarti davanti al giudice, il giudice può consegnarti alle guardie e le guardie possono gettarti in prigione. Ti assicuro che non uscirai fino a quando non avrai pagato anche l’ultimo spicciolo”.

Nella prima delle XII tavole si ricordava che l’ufficio del praetor era quello di sanzionare l’accordo che le parti trovavano lungo la via, ossia di munirlo di efficacia come una sentenza.

E quindi se la conciliazione non era obbligatoria, perlomeno così veniva sentita attorno al 70 d.C. (data del Vangelo), nonostante peraltro la proibizione degli accordi voluta da Caligola che resterà in piedi sino ad Arcadio ed Onorio.

Il mondo greco-romano aveva comunque una struttura giudiziaria, con i limiti sopra ricordati; ma detta organizzazione viene meno con le invasioni barbariche.

I barbari conoscevano solo la faida, la composizione pecuniaria delle offese era molto rara. Viene approfondita con Rotari in un famoso editto, ma sostanzialmente scattava come ultima risorsa quando non si erano vinte le prove di Dio (che chiamavano ordalia) e dunque la causa era perduta. 

Fra le più comuni prove di Dio va annoverata quella della croce, in cui gli avversari si ponevano diritti in faccia alla croce, e quello che per primo cadeva a terra era giudicato colpevole per intervento divino.

Vi erano poi quelle dell’acqua fredda o bollente, e del ferro caldo. Si legava il convenuto e lo si gettava in acqua. Se rimaneva a galla era colpevole perché si pensava che l’acqua (in quanto suscettibile di essere benedetta)  non avrebbe voluto celare nel suo seno un colpevole.

Nel secondo caso si obbligava l’accusato a camminare a piedi nudi sopra carboni accesi, sopra vomeri arroventati, od anche sopra una spranga di ferro benedetta.

Erano dette prove paribili (ossia evidenti) che ad un certo punto vengono affiancate dal duello giudiziario in cui due campioni si affrontavano con le armi nell’arena giudiziaria: chi vinceva con le armi ovviamente aveva ragione.

Sino a Federico II questo modo di procedere fu considerato il processo così come noi consideriamo processo quello attuale: fu il re svevo a condannare per primo le prove paribili ed il duello perché secondo lui non rivelavano la volontà di Dio e non attestavano affatto chi avesse ragione e chi avesse torto.

Ma dopo la morte dell’imperatore questo modo di considerare la giustizia continuò: nel Meridione arrivò in certe zone (nel beneventano) sino all’età barocca e a Milano abbiamo sistemi simili sino all’età viscontea.

Solo con Federico II abbiamo poi una piena distinzione tra reati e illeciti civili.

Ma i reati venivano spesso perseguiti “per inquisizione”, ossia il giudice andava a cercarsi i criminali (abbiamo detto che era itinerante) senza che vi fosse una denuncia di parte, e condannava chi fosse reo (ossia era sia accusatore che giudice) sulla base anche di un sospetto lieve dopo una indagine segreta, insomma deteneva un potere del tutto discrezionale (detto arbitrium).

Come si inquadravano gli strumenti alternativi in questo sistema?

Prima delle invasioni barbariche vi era una sistema misto nel quale il giudice delegava l’arbitro a decidere o il conciliatore a conciliare, oppure si trovava un accordo per via o ancora inter parietes a mezzo di un disceptator domestiscus (che poteva essere o meno un giureconsulto).

Dopo le invasioni barbariche c’era solo la composizione pecuniaria; solo a partire da Federico II riprende il sistema misto; citiamo qui una norma che inquadra il modo di agire del Baiulo, un compositore che arriverà a giudicare al Sud sino al XIX secolo: “Decideranno parimenti le querele che insorgessero tra la gente rustica sopra la variazione dei confini, o altro incomodo che si pretendesse nei beni, e percezione dei loro frutti, chiamando ed interponendo la mediazione dei più pratici di detti confini e terre, che siano uomini dabbene, e non sospetti; ed avuto il loro sentimento, renderanno a ciascuno il loro diritto.”

 E dunque nelle cause più comuni, quelle tra villani (ossia tra i servitori del feudo e i servi della gleba) si dava incarico ad alcuni uomini che si intendevano della questione perché conciliassero la vertenza o fornissero al giudice qual parere che serviva per fare sentenza.

Questo modo di procedere si ritrova ancora nelle delle Regie Costituzioni  sabaude del 1770 (tit. IV, lib. II).

Nell’Ottocento esistevano gli arbitri conciliatori che in materia societaria dovevano essere obbligatoriamente interpellati dal Tribunale per le questioni societarie e seguivano lo stesso schema del Baiulo: tentavano la conciliazione e formulavano un parere in caso di insuccesso.

Ancora oggi nell’esame contabile di cui all’art. 198 c.p.c. si ripete lo stesso schema: il consulente tecnico tenta la conciliazione su incarico del giudice e se  la conciliazione delle parti non riesce, il consulente espone i risultati delle indagini compiute e il suo parere in una relazione, che deposita in cancelleria nel termine fissato dal giudice istruttore.

Nei secoli passati gli stessi giudici potevano esercitare ordinariamente tre poteri: quello di  conciliare, quello di arbitrare e quello di giudicare.

La conciliazione al pari dell’arbitrato è sempre stata fortemente valutativa: anche per questo oggi non riusciamo ad abituarci ad un mediatore facilitativo, che non reca soluzioni ma è solo un esperto di comunicazione.

Per quanto riguarda la mediazione attuale abbiamo due precedenti: il primo è del XV secolo e riguarda la nascita della figura del mediatore sui monti del Kosovo; il presupposto fu che si ammise che alcune offese non richiedessero necessariamente la vendetta ma fosse possibile anche il perdono; inoltre in quella società si partiva dal presupposto che tutti gli uomini fossero uguali e che dunque non  potesse esistere a priori in capo a qualcuno un diritto di punire che non fosse autorizzato a ciò dai litiganti.

Altro precedente risale al 1790 quando rinasce la conciliazione dopo la Rivoluzione francese: il giudice di pace di quei tempi era un mero mediatore perché pur avendo una sua giurisdizione, poteva mediare solo le controversie delle autorità superiori.

Di mediazione si riparla poi nel ‘900 negli Stati Uniti. Mentre in Italia la conciliazione trova uno stop col regime fascista, negli Stati Uniti la conciliazione era condizione di procedibilità per i rapporti di lavoro (con una normativa simile a quella del nostro decreto 28).

Dopo la crisi del 1929 una delle prime cose che si pensò fu la riforma del processo: le citazioni erano arrivate ad un livello di tecnicismo che rendeva difficile la vocatio in ius.

Si passa quindi ad un form compilabile da chiunque per l’introduzione della causa e le complicazioni vengono semplicemente traslate sulla fase pre-istruttoria (discovery) in cui le parti si scambiano i documenti

 Attorno agli anni 60’-70’ negli Stati uniti i costi di preistruttoria, si dice,  furono considerati insostenibili.

I giudici cercano di prendere il controllo della fase che precede quella istruttoria  per renderla meno costosa e più coerente.

Si cercarono inoltre vie più rapide e meno costose del processo che lentamente si «strutturarono».

Gli avvocati in un primo tempo fecero resistenza come da noi, ma poi decisero di specializzarsi in ADR.

In realtà oggi che abbiamo in USA la e-discovery le cose non sono cambiate perché i problemi americani riguardano proprio i costi degli avvocati, ma da loro il processo è una eccezione pur essendo comunque di ottimo livello.

Negli anni ’70 del secolo scorso bolliva però anche un’altra pentola; le aziende americane non erano competitive come al solito per colpa, si disse, del management la cui idea e funzione si volle modificare.

In particolare volevano che l’azienda fosse in grado di stringersi intorno alla fase della «Specificazione» in cui il management stabilisce «Idea, costo, prezzo, tempo» di un dato bene.

Si andarono così a studiare le opere omeriche, l’Eneide e la Bingfa (l’Arte della Guerra di Sun Tzu) e dai miti degli eroi se ne ricavò il nuovo modello.

 «Colui che trova il modo di far parlare tutte le parti interessate, che sa capire le loro differenti prospettive, e riesce infine a trovare un ideale comune che tutti siano disposti a sottoscrivere. Costui fa affiorare il conflitto, riconosce i sentimenti e i punti di vista di tutti e poi reindirizza l’energia verso un ideale comune» (Daniel Goleman)

A ciò si aggiunse dal punto di vista operativo un modello che aveva molto a che fare con il primo insegnamento del Buddha. 

Per un’economia rinnovata necessitava però anche una giustizia di pacificazione dei conflitti sociali che erano violenti in quel periodo.

Si va a riscoprire una giustizia di prossimità (community mediation) che era già presente nelle costituzioni dei singoli stati americani nel XVIII secolo.

Nel frattempo con l’aiuto dell’ONU si indagano le migliori prassi per la «conciliazione civile e commerciale». 

Conciliazione e mediazione sono negli Stati uniti fenomeni distinti: la prima può comportare una proposta del conciliatore, la seconda no.

 Negli anni 80’ interviene l’UNCITRAL (United Nations Commission on International Trade Law) e pone le basi per la conciliazione commerciale moderna e per la nostra mediazione (da noi gli istituti non si distinguono).

Da questo momento in poi la mediazione arriva anche in Europa anche se si deve aspettare sino alla direttiva 52/08 perché si abbia in animo di deflazionare anche il contenzioso.

Sun Tzu, Harvard e Manù

Nel 1972, durante uno scavo in Cina[1], all’imbocco del Fiume Azzurro, venne alla luce il testo integrale su listelli di bambù di un manuale di strategia militare del IV secolo a.C. [2].

Quest’opera era già parzialmente conosciuta nel mondo occidentale[3] con il titolo de “L’arte della Guerra” (Bingfa)[4].

Secondo la tradizione la scrisse un generale di umili origini chiamato Sun Tzu[5]; egli desiderava ingraziarsi il suo signore in modo che gli affidasse il comando delle armate, cosa che secondo la tradizione si verificò.

Nel 1975 questo testo venne rielaborato all’università di Harvard ed alcuni studiosi diedero alla stampe il celeberrimo volume “L’arte del negoziato”[6].

Ma ci sono anche altre opere in materia di management e marketing che si ispirano al testo di Sun Tzu[7]. I manager americani hanno in particolare cercato nella formazione classica[8] spunti d’immediata utilizzazione: se nel mondo antico sono esistiti tanti eroi e l’eroe è stato evidentemente un uomo di successo, quale deve essere un manager, ci si poteva allora ispirare all’eroe omerico greco, o al politico romano o al comandante di armate cinese.

Così il leader che sa gestire i conflitti in azienda è divenuto “colui che trova il modo di far parlare tutte le parti interessate, che sa capire le loro differenti prospettive, e riesce infine a trovare un ideale comune che tutti siano disposti a sottoscrivere. Costui fa affiorare il conflitto, riconosce i sentimenti e i punti di vista di tutti e poi reindirizza l’energia verso un ideale comune[9].

Gli studiosi americani[10] cercarono di sviluppare un modello di negoziazione, ispirandosi alle tattiche e ai modelli strategici utilizzati per porre fine al combattimento campale.

Ne è esempio illuminante il suggerimento di una tecnica detta di “jujitsu negoziale” da utilizzare quando l’avversario in una disputa si dimostri completamente sordo alle nostre richieste e completamente arroccato sulle proprie; tecnica che consiste nello schivare e piegare la sua forza ai nostri fini[11].

Le regole della negoziazione estrapolate da un manuale, lo si ripete, di arte militare, hanno fornito la base per la conciliazione e per la mediazione.

I principi ricavati dalla Bingfa sono oggi riconosciuti in mediazione. Ne vediamo alcuni.

Il mediatore devono possedere delle abilità, ma alcune sono innate.

Quindi vale il detto: uno può sapere come vincere senza però, essere in grado di farlo[12].

Il mediatore deve pianificare il setting per tempo e con attenzione.

Il generale vincitore, prima che venga combattuta una battaglia, fa molte riflessioni nella sua tenda[13].

“Chi prende posizioni sul campo per primo ed attende la venuta del nemico, sarà fresco per lo scontro. Chi giunge secondo sul campo e deve affrettarsi alla battaglia arriverà esausto[14].

Il mediatore è flessibile.

 “Uno dovrebbe modificare i propri piani secondo che le circostanze siano favorevoli o meno[15].

 “Perciò come l’acqua modella il suo corso secondo la natura del terreno su cui scorre così il generale trova la vittoria in relazione al nemico che ha di fronte”[16].

“Colui che può modificare le proprie tattiche in relazione al nemico e, pertanto, ottenere la vittoria può essere definito un condottiero divino[17].

Il generale che ha piena consapevolezza dei vantaggi che derivano dalle variazioni tattiche sa come guidare le truppe[18].

Il mediatore sa dominarsi ed è riservato.

Spetta al generale essere calmo e perciò assicurare il riserbo…[19].

Il mediatore non può essere autoritario, ma deve essere considerato autorevole.

Maltrattare gli uomini e poi temerne le reazioni indica una suprema mancanza di intelligenza[20].

Ora, quando le tue armi saranno spuntate, il tuo ardore caduto, la tua forza esaurita ed il tuo tesoro speso… nessun uomo sarà capace di evitare l’inevitabile[21].

Il mediatore ha però bisogno di far rispettare a coloro che negoziano alcune regole di comportamento.

Quando gli alti ufficiali sono incolleriti ed insubordinati, ed all’incontro con il nemico danno battaglia di loro iniziativa per una sorta di risentimento e, comunque prima che il comandante in capo dica se è, o meno, in grado di combattere, il rischio è la rovina[22].

“Quando un generale, incapace di stimare la forza del nemico, permette che una forza inferiore si scontri con una superiore… il risultato sarà la rotta”[23].

Il mediatore resta fedele ai principi etici e alle regole dell’arte.

Il perfetto comandante coltiva la Legge Morale e resta fedele al Metodo ed alla Disciplina; per questo è in suo potere il controllo del successo[24].

Ci sono tuttavia precetti più antichi di quelli della Bingfa che agli studiosi di ADR potrebbero risultare assai familiari.

Un paio di secoli prima dell’Arte della Guerra sempre nel mondo orientale ed in particolare in India veniva steso per iscritto il Manava-Dharmasastra (मानव धरमसस्त्र)[25] detto Codice di Manù, un manuale di vita pratica per gli esseri umani e anche di strategia militare[26], i cui principi risalgono con tutta probabilità al XII secolo a. C.[27].

Fu pubblicato per la prima volta in Francia nel 1830 e poi tradotto in francese nel 1833[28]: alcuni suoi principi furono sicuramente ripresi dal naturalismo, e tra i suoi estimatori troviamo anche importanti intellettuali italiani dell’Ottocento[29].

Manù è un demiurgo a cui fu affidata la creazione del mondo e dunque è personaggio di invenzione: probabilmente il testo è frutto dell’elaborazione secolare dei sacerdoti.

I precetti che vengono consigliati al sovrano sono fondamenti della negoziazione più avanzata, specie per quella esercitata durante le relazioni sindacali.

“169 Quando il re valuta che dopo la sua superiorità sarà certa,  e che nel presente non deve soffrire che un lieve danno, ricorra ai negoziati pacifici”[30].

“199 Siccome non si prevede mai in modo certo da qual parte uscirà la vittoria, il re deve, per quanto può fuggire dal venire alle mani”[31].

“206 Il vincitore può concludere alla fine una pace con il perdente, e prenderlo come alleato con calore,  considerando che i tre frutti di una spedizione sono l’amicizia, l’oro, e l’accrescimento del territorio[32].

Il Codice di Manù ci spiega poi mirabilmente quali devono essere le caratteristiche di un ambasciatore.

L’ambasciatore è stato presso tutti i popoli il primo negoziatore/mediatore della storia; per garantirgli lo svolgimento del suo compito era considerato presso tutti i popoli sacro ed inviolabile. In Grecia veniva detto Araldo, in Magna Grecia Irenofeciale (portatore di pace) e a Roma Feciale.

 “63 (Il re) Scelga ambasciatore chi ha cognizione di tutti i Sastra, che sappia interpretare i segni, il contegno ed i gesti, puro nei costumi, incorruttibile, abile e di illustre nascita”[33].

 “64 Viene lodato l’ambasciatore di un re , quando affabile, puro, destro, di buona memoria, pratico dei luoghi e dei tempi, di bella presenza, intrepido ed eloquente”[34].

 65 Dal capitano dipende l’esercito, dalla giusta applicazione delle pene il buon ordine, il tesoro ed il paese dal re, la guerra e la pace dall’ambasciatore” [35].

66 L’ambasciatore ricongiunge i nemici, divide gli alleati, perché tratta gli affari determinanti rottura e buona armonia[36].

“67 Nei negoziati con re straniero, l’ambasciatore indovini le intenzioni di questo re da certi segni, dal contegno e dai gesti di lui, e per i segni e gesti dei suoi emissari segreti…”[37].

Le caratteristiche che vengono qui descritte stanno alla base del mediatore così come è stato delineato ancora nel 2012 dall’ONU[38].

Il mediatore deve conoscere le regole (Sastra)[39]: si tratta delle norme di legge ma anche di quelle deontologiche, delle regole dell’arte, degli usi ecc… Gli Anglosassoni aggiungono opportunamente anche le regole del rapporto commerciale tra le parti.

Deve essere un esperto del linguaggio del corpo: su questo requisito dovremmo riflettere a lungo, specie noi formatori di mediatori.

La purezza e l’incorruttibilità dell’ambasciatore, e più in generale del cittadino romano, si ritrovano anche nei Mores maiorum romani che sono richiamate oggi dall’ONU: si fa diretto riferimento alla gravitas[40], ossia al contegno irreprensibile.

Il mediatore deve possedere delle abilità[41], deve essere affabile[42], scaltro[43], di buona presenza[44], coraggioso[45] ed in grado di utilizzare la parola[46].

Quale è il suo compito primario? Facilitare la comunicazione ossia ripristinare ciò che è stato rotto dagli affari, proprio la buona armonia del rapporto.

Nei corsi di mediazione che io ho frequentato viene spiegato agli studenti che nel proporre un’alternativa per la composizione del conflitto colui che media dovrebbe individuare una soluzione che non dipenda per il suo avveramento dall’altro mediante.

Tale impostazione viene chiaramente individuata con riferimento al Bramino, nel Codice di Manù.

“159 Fugga ogni atto dipendente dall’altrui soccorso; s’applichi invece a tutto quello che dipende da lui stesso”.( Libro III Codice di Manù).

Il testo sacro ci reca anche la motivazione di una tale impostazione.

160 Ciò che dipende da sé reca piacere; ciò che da altri, noia; sappia che questa è in somma la ragione del piacere e del dolore”.

Altro suggerimento che viene dato in tutti i corsi riguarda il lavoro del mediatore che deve sforzarsi di eliminare gli agganci emotivi, di non esprimere giudizi e di “depurare” le narrazioni dei medianti degli elementi negativi che le connotano.

“161 Non mostrare cattivo umore nemmeno nell’afflizione; né nuocere altrui, neppure col pensiero; né proferire parola da cui alcuno possa essere trafitto, la quale chiuderebbe l’accesso al Cielo” (Libro II Codice di Manù).

Degni di massimo rilievo sono i principi dedicati al giudice.

“23 Il re o il giudice da lui eletto cominci l’esame delle cause collocandosi sulla sedia nella quale deve rendere giustizia, decentemente vestito, e raccogliendo tutta l’attenzione…;

24 Esamini le ragioni delle parti per ordini di classi, considerando quel che è utile o dannoso, e principalmente quel che è legale o no” (Libro VIII Codice di Manù).

Il mediatore ha oggi come ordinario scrupolo quello di chiedersi durante tutto il corso della procedura se l’opzione negoziale che le parti scelgono sia utile o meno rispetto alla migliore alternativa che esse hanno all’accordo ed in seconda battuta se l’opzione utile rispetti la legalità.

Ma i principi più straordinari sono quelli espressi qui di seguito sempre come doveri del giudice.

“25. Scopra la mente degli uomini per mezzo dei segni esterni, del suono di loro voce, del colore del volto, del contegno, del portamento del corpo, degli sguardi e dei gesti.

26. Dal contegno, dal portamento, dai gesti, dalle parole, dai moti degli occhi o del volto si indovina l’intero pensiero”[47].

Di questi due precetti sarebbe superfluo il commento, se non fosse che risalgono a tremila anni fa. La cosa che più mi stupisce è che si riferiscano al giudice, anche se in precedenza hanno riguardato già l’ambasciatore.

Allora si potrebbe dire, non è solo il verbale, non è solo il documento che porta verso la verità processuale, specie se ci sono altri mezzi che possono portarla a coincidere con quella sostanziale.

Per un mediatore e più in generale per un esperto di comunicazione lo studio del linguaggio analogico costituisce una tappa ineludibile: ci potrebbero raccontare a lungo che quei due precetti riassumono l’essenza del loro lavoro.

Uno psicanalista sa bene che Es si sfoga attraverso gli arti e che il movimento è lo specchio del pensiero, un neuro scienziato potrebbe al proposito raccontarci cose mirabili dei percorsi della percezione nel cervello medio.

Ma l’uomo antico aveva fatto ben di più: aveva  messo tutto ciò in una legge e quella legge doveva essere osservata dal giudice, dall’ambasciatore e da tutti gli altri uomini.

L’uomo antico ci racconta ancora che il sovrano istruito antepone i negoziati alla corruzione, al seminare discordia e alla guerra. La migliore forma per vincere e dunque per soddisfare i propri interessi è quella di negoziare perché tutti, potremmo aggiungere noi, ci trovino il loro tornaconto. Il giudizio è ed era in antichità davvero l’ultima ratio.

107 Così disposto a far conquiste, sottoponga gli opponenti alla propria autorità col negoziare, e coi tre altri mezzi che sono: spandere doni, seminare discordia, e usar le armi;

108 Se non riesce coi primi tre mezzi, gli assalga a forza aperta, e li costringa successivamente a sottomettersi;

109 Fra questi quattro mezzi d’esito, incominciando dai trattati, gli uomini istruiti antepongono sempre i negoziati pacifici alla guerra per l’utile dei regni”;[48].

“198 Faccia ogni sforzo per diminuire i suoi nemici con negoziati, con doni, fomentando discordie; adoperi i suoi mezzi insieme o separati, senza ricorrere alla pugna;” [49].

In mediazione però ciò che conta è la cooperazione tra le parti e col mediatore.

55. Una cosa facilissima diventa difficile per un uomo solo; con più forte ragione il governare un regno senza essere assistito;” [50].

Ed il mediatore deve essere neutrale: su cosa sia la neutralità si sono scritti fiumi di parole; quanto al re il Codice di Manù reca bellissimi principi che sono anche patrimonio di ogni mediatore.

 “211. La bontà,  l’arte di conoscere gli uomini, il valore della compassione, un’inesauribile liberalità, formano l’ornamento di un principe neutrale”[51]

La liberalità del mediatore attiene soprattutto al tempo e alla pazienza che sono per lui inesauribili.

Il Codice di Manù detta infine una regola preziosa per l’esito della negoziazione.

“215 Concentrandosi nell’esame dei tre soggetti che sono: chi dirige l’affare, l’oggetto che si propone ed i mezzi di riuscita, si sforzi di raggiungere almeno la metà dei suoi desideri;[52]”.

In conclusione di questo piccolo excursus si può ragionevolmente pensare che i tempi antichi ci diano copiose indicazioni su come imbastire e mantenere i nostri rapporti cogli altri; sta solo a noi farne uso nel modo più proficuo.


[1] Nella provincia di Shantung venne scoperta una tomba della dinastia Han.

[2] In realtà sembrerebbe che i fatti narrati appartengono anche a periodi successivi (tra il 400 ed il 320 a. C.): all’epoca dell’autore, ad esempio, la cavalleria non veniva utilizzata in battaglia come risulta dal testo. V. amplius M. CONTI, Introduzione a “L’arte della Guerra”, RL Gruppo Editoriale S.r.l., Santarcangelo di Romagna (Rn), 2009.

[3] J. J. M. AMIOT, Art Militaire des Chinois, Paris, 1772.

[4] Troviamo peraltro le stesse argomentazione in Tucidide, Tito Livio e Bartolo da Sassoferrato.

Quest’ultimo ad esempio nel De Tyrannis si sofferma  sull’importanza di istituire  un regolare servizio di spionaggio interno (q. VIII, 605-610) <ut corrigant delicta et alia quae iniuste fiunt in civitate>, spionaggio che, anche se ad altri fini, come ci rivela il capitolo XII dell’Arte della Guerra, è uno dei capisaldi addirittura delle dinastie: “Sii sagace! Sii acuto! Ed usa le tue spie per ogni genere di affare… Anticamente la fondazione della dinastia Yin fu dovuta a  Y Zhi che avva servito sotto gli Xia…”).

Anche in Machiavelli che scrive peraltro un’opera celeberrima dall’identico titolo, possiamo ritrovare concetti molto simili.

[5] Per lui si ripropone peraltro la vexata quaestio  filologica sull’identità di Omero: c’è chi nega che sia mai esistito. Probabilmente il volume venne composto nel periodo successivo alla predicazione di Confucio in un momento in cui in Cina vi erano diversi Stati combattenti.

[6]  Di R. FISHER – W. URY – B. PATTON, Getting to Yes: Negotiating Agreement Without Giving In. Houghton Mifflin Company, 1981.  È opera fondamentale non solo per la negoziazione, ma anche per le strategie di management. In Italia si può trovare in una traduzione del 2008 di A. GIOBBIO per l’editore Corbaccio, Cles (TN).

[7] Cito ad esempio M. McNEILLY, Sun Tzu and the Art of Business: Six strategic, Principles for Managers, New York, Oxford University Press, 1996.

[8] Non solo aprendosi al mondo orientale, ma anche quello greco e romano.

[9] D. GOLEMAN-R. E. BOYATZIZ-A. MCKEE, Essere leader, R.C.S. Libri, Milano, 2002, 308.

[10]  Dell‘Harvard Negotiation Project, in particolare R. FISCHER e W. URY.

[11] Quando la controparte asserisce la propria posizione non è utile né accettarla, né respingerla, ma trattarla come una opzione possibile. Invece di difendere la propria idea è più fruttuoso chiedere agli altri di criticarla per capire ciò che in essa non va e migliorarla. Se la controparte ci attacca personalmente non bisogna opporsi, ma lasciare che si sfoghi e riciclare alla fine il suo attacco verso il problema. È più utile utilizzare domande e non affermazioni che creano resistenze e restare in silenzio ad attendere la risposta.  V. amplius R. FISCHER-V. URY-B. PATTON, L’arte del negoziato, Corbaccio, Milano, 2005, pp. 148 e ss.

[12] Sun Tzu, Bingfa, IV, 4.

[13] Sun Tzu, Bingfa, I,25. La traduzione dei passi è tratta da M. CONTI, Introduzione a “L’arte della Guerra”, RL Gruppo Editoriale S.r.l., Santarcangelo di Romagna (Rn), 2009.

[14] Sun Tzu, Bingfa, VI, 1.

[15] Sun Tzu, Bingfa, I, 16.

[16] Sun Tzu, Bingfa, V, 32.

[17] Sun Tzu, Bingfa, V, 33.

[18] Sun Tzu, Bingfa, VIII, 4.

[19] Sun Tzu, Bingfa, XI, 35.

[20] Sun Tzu, Bingfa, IX, 37.

[21] Sun Tzu, Bingfa, II, 4.

[22] Sun Tzu, Bingfa, X, 17.

[23] Sun Tzu, Bingfa, X, 19.

[24] Sun Tzu, Bingfa, IV, 16.

[25] Il termine dovrebbe significare “Leggi fondamentali dell’uomo”.

[26] Si veda in particolare il libro VII che ha diverse affinità con l’Arte della Guerra.

[27] Cfr. C. CANTÙ, Storia universale, Volume I,  Cugini Pomba e C. Editori, Torino, 1838, p. 300 e ss.  Questo testo sacro non tiene conto degli insegnamenti del Budda che tremila anni fa aveva protestato contro l’ortodossia braminica.

[28] L’edizione italiana è di Cesare Cantù (v. C. CANTÙ, Documenti alla Storia Universale, Tomo II, Guerra, Religione, Legislazione, Filosofia, Cugini Pomba e C. Editori, Torino, 1851, p. 363 e ss.).

[29] Romagnosi, Cantù, Mazzoleni, De Giorgi, Puccinotti, Montanari, Troya, Brunetti.

[30] Codice di Manù, Libro VII.

[31] Codice di Manù, Libro VII.

[32] Codice di Manù, Libro VII.

[33] Codice di Manù, Libro VII.

[34] Codice di Manù, Libro VII.

[35] Codice di Manù, Libro VII.

[36] Codice di Manù, Libro VII.

[37] Codice di Manù, Libro VII.

[38] Cfr. United Nations Guidance for Effective Mediation.

[39] Per l’Onu anche quelle internazionali.

[40]The mediator needs a level of seniority and gravitas commensurate to the conflict context and must be acceptable to the parties”.

[41] Da ultimo espresse nelle rules Californiane:

  • saper comunicare chiaramente,
  • saper ascoltare in modo efficace,
  • saper facilitare la comunicazione tra tutti i partecipanti,
  • saper proporre l’esplorazione di opzioni di accordo che trovino il consenso di tutte le parti,
  • ed in ultimo saper condurre se stessi in modo neutrale.

[42] Noi parliamo di assertività, di capacità di usare in sincronia lo sguardo ed il sorriso.

[43] Nel senso di conoscitore della psicologia umana.

[44] Anche in mediazione la prima impressione è quella che conta.

[45] Sappiamo che il mediatore può fare domande inusuali e che non ha paura ed anzi tende a sollecitare le persone a sfogare le proprie emozioni.

[46] Un mediatore che non è in grado di formulare domande non può fare adeguatamente il suo mestiere.

[47] Codice di Manù, Libro VIII.

[48] Codice di Manù, Libro VII.

[49] Codice di Manù, Libro VII.

[50] Codice di Manù, Libro VII.

[51] Codice di Manù, Libro VII.

[52] Codice di Manù, Libro VII.