Riconoscere — e ridirigere — gli scambi fra gli stati dell’Io per tenere vivo il dialogo tra le parti.
Ogni volta che una persona comunica con un’altra si aspetta qualcosa di preciso. Eric Berne, padre dell’Analisi Transazionale, ha dato un nome a quel qualcosa: la transazione, ossia uno stimolo — il messaggio di andata — e una risposta — il messaggio di ritorno — con cui due persone si chiedono reciprocamente qualcosa. La risposta, a sua volta, diventa stimolo per una nuova transazione: la comunicazione è quindi una catena.
Al tavolo di mediazione quella catena può far procedere il lavoro oppure spezzarsi a ogni anello; saperla leggere è uno degli strumenti più concreti che il mediatore abbia a disposizione.
Sappiamo che ogni persona è strutturata in tre stati dell’Io — Genitore, Adulto, Bambino. Le transazioni sono allora scambi tra stati dell’Io: chi parla cerca di stabilire un contatto con un preciso stato dell’Io dell’altro, che può accettare o rifiutare quel contatto.
Vale un principio che ogni mediatore dovrebbe tenere a mente: quando offro a qualcuno uno stimolo, non posso obbligarlo a entrare in un determinato stato dell’Io. Il massimo che posso fare è invitarlo a partire da lì. Se osservo quale tipo di transazione una parte usa più spesso, capisco quale stato dell’Io predilige — e posso scegliere come tenere vivo il dialogo.
La transazione complementare: il dialogo che prosegue
La transazione è complementare quando stimolo e risposta corrono su due vettori paralleli e lo stato dell’Io a cui ci si rivolge è proprio quello che risponde. È la transazione della prevedibilità: può avvenire tra Adulto e Adulto, tra Genitore e Genitore, tra Bambino e Genitore. Da qui la prima regola della comunicazione di Berne.
Prima regola della comunicazione Finché le transazioni restano complementari, la comunicazione può continuare indefinitamente.
Attenzione, però: un dialogo può correre su vettori paralleli e restare disfunzionale. Accade quando le parti si fissano in ruoli rigidi — per esempio carnefice e vittima — e li alimentano all’infinito.
Al tavolo
Mediatore A→A «Possiamo fissare insieme gli orari di consegna dei bambini per il prossimo mese?»
Davide A→A «Sì, propongo il venerdì alle 17 davanti a scuola.»
Lo stesso scambio, ma incastrato nei ruoli
Chiara GN→BA «Sei il solito irresponsabile, non si può contare su di te.»
Davide BA→GN «Hai ragione, sbaglio sempre tutto.»
Nel primo caso lo scambio Adulto–Adulto fa avanzare la negoziazione. Nel secondo i vettori sono ugualmente paralleli e potrebbero durare all’infinito, ma alimentano un copione svalutante invece di risolvere il problema: il mediatore se ne accorge e non lo asseconda.
La transazione incrociata: quando il dialogo si spezza
La transazione è incrociata quando i vettori non sono paralleli, oppure quando a rispondere non è lo stato dell’Io a cui ci si era rivolti. È l’esperienza quotidiana del «Che ora è?» cui si risponde «Smettila di chiedermi che ora è!»: lo stimolo partiva dall’Adulto e cercava l’Adulto, ma risponde il Genitore. Il risultato è un’interruzione, avvertita come un fastidio che, all’estremo, fa uscire le persone infuriate dalla stanza.
Seconda regola della comunicazione Quando una transazione è incrociata la comunicazione si interrompe: una o entrambe le persone dovranno cambiare stato dell’Io perché possa essere ristabilita.
Ed è proprio qui che il mediatore lavora. Per ripristinare il dialogo, chi riceve la risposta passa di solito al nuovo stato dell’Io in cui è stato invitato e poi riavvia una transazione parallela. Il mediatore può accompagnare questo movimento, riportando entrambe le parti all’Adulto.
Al tavolo
Davide A→A «A che ora ti porto i bambini domenica?»
Chiara G→B «Pensa piuttosto a tutte le volte che sei arrivato in ritardo!»
La mossa del mediatore
«Capisco il fastidio per i ritardi passati; intanto, sull’orario di domenica, che cosa proponete?»
Lo stimolo Adulto–Adulto aveva ricevuto una risposta Genitore–Bambino e il dialogo si era bloccato. Riconoscendo il vissuto («capisco il fastidio») e riportando subito la coppia sul piano concreto, il mediatore riapre il canale dell’Adulto.
La transazione ulteriore o duplice: il doppio messaggio
La transazione ulteriore (o duplice) invia contemporaneamente due messaggi: uno manifesto, sul piano sociale (tipicamente Adulto–Adulto), e uno nascosto, sul piano psicologico (Genitore–Bambino o Bambino–Genitore). I due messaggi sono in contrasto, e il contrasto è affidato al tono di voce o al linguaggio del corpo. La comunicazione potrà proseguire o interrompersi a seconda di come il destinatario interpreta il messaggio psicologico.
Terza regola della comunicazione L’esito comportamentale di una transazione ulteriore è determinato dal livello psicologico, non da quello sociale.
Al tavolo
Chiara sociale · A→A «Per me va bene l’orario che preferisci.»
Chiara psicologico · G→B (tono gelido, sguardo altrove) «…tanto fai sempre di testa tua.»
La mossa del mediatore — pensare «da marziano»
«A parole mi sembra d’accordo, ma sento un disagio: vogliamo dirlo apertamente?»
Come si coglie il messaggio nascosto? Berne suggerisce di pensare «da marziano»: un marziano che non conoscesse la nostra lingua potrebbe solo osservare i gesti, il tono, le emozioni e i comportamenti che ne derivano.
Per il mediatore questo significa dare il giusto peso ai segnali non verbali — tono, postura, respiro, tensione, sguardo — e notare le incongruenze tra ciò che si dice e come lo si dice. I bambini piccoli leggono questi segnali per intuito; l’educazione ce lo fa disimparare («non è educato fissare le persone»), ma il mediatore deve recuperarlo. È il secondo assioma di Watzlawick: ogni comunicazione ha un aspetto di contenuto e uno di relazione, e il secondo qualifica il primo.
La transazione angolare: il messaggio che punta al Bambino
Anche la transazione angolare reca un doppio messaggio, ma con un bersaglio preciso: ci si rivolge insieme all’Adulto e al Bambino dell’altro, sperando che risponda il Bambino. È la tecnica del venditore («questa è la nostra auto più costosa… penso non possa permettersela») che fa scattare la sfida. Al tavolo, la stessa mossa punta all’orgoglio.
Al tavolo
Chiara Ss A→A · Sp →B «Certo, se non te la senti di tenerli tu tutto il fine settimana, lo capisco benissimo.»
Davide B→A (raccogliendo la sfida) «Come no?! Me li tengo io l’intero fine settimana.»
La mossa del mediatore
«Decidiamo in base a ciò che funziona per i bambini, non a chi è più capace.»
Il messaggio sociale è ragionevole, ma quello angolare colpisce l’amor proprio. Il mediatore riconosce la manovra e la disinnesca, riportando la scelta all’Adulto e all’interesse dei figli — non alla gara tra i genitori.
La transazione tangenziale: girare a vuoto
Nelle transazioni tangenziali stimolo e risposta si indirizzano verso aspetti differenti, o verso lo stesso aspetto da punti di vista diversi. Si usano — spesso senza accorgersene — per proteggere il proprio sistema di riferimento da un argomento che si sente minacciato. La sensazione è di non arrivare mai da nessuna parte: può accadere che il tema di partenza non venga mai toccato.
Al tavolo
Chiara S «Vorrei che decidessimo come dividerci le spese mediche dei bambini.»
Davide R «Lo sai quanto sto lavorando in questo periodo? Non ho un minuto.»
La mossa del mediatore
«Capisco il carico di lavoro; torniamo però alla domanda di Chiara: come ripartiamo le spese mediche?»
Stimolo e risposta toccano aspetti diversi e il tema delle spese resta sospeso. Il compito del mediatore è riagganciare con delicatezza il punto, validando ciò che è stato detto senza perdere il filo.
La transazione bloccante: contestare il problema
La transazione bloccante evita l’argomento mostrandosi in disaccordo sulla sua stessa definizione («Stai bene?» — «E che cosa significa stare bene?»). Può aprire il gioco psicologico «Spalle al muro», nel quale chi domanda viene trascinato su un piano sempre più astratto fino a non poter più seguire.
Al tavolo
Mediatore S «Possiamo definire un calendario condiviso per le vacanze estive?»
Davide R «Ma che cosa intende esattamente per “condiviso”? Dipende da che cosa mettiamo dentro la parola.»
La mossa del mediatore
«Mettiamo per ora una sola data: chi prende i bambini a Ferragosto?»
Invece di rincorrere la disputa terminologica, il mediatore propone un passo concreto e verificabile: spostare lo scambio dal piano della definizione a quello dell’azione è il modo più semplice per sbloccarlo.
Lo stile, ovvero il «come» del mediatore
Riconoscere il tipo di transazione è metà del lavoro; l’altra metà è scegliere come rispondere. Il comunicatore parte dal proprio Adulto e sceglie lo stile più adatto: se la scelta è giusta, l’interlocutore si sposta nello stato indicato. Purché il modo risulti spontaneo, non forzato. L’Analisi Transazionale individua cinque stili, da calibrare sull’adattamento di personalità che si ha di fronte.
Lo stile emotivo (tra Bambini Liberi) esprime le emozioni autentiche direttamente; lo stile affettivo (Genitore Affettivo verso Bambino Libero) ha il tono caldo di chi accoglie — insieme, sono indicati con l’Istrionico.
Lo stile esplorativo (Adulto–Adulto) fa domande con tono interrogativo e contatto visivo sicuro; lo stile direttivo (Genitore Normativo verso Adulto) impartisce con garbo istruzioni e si chiude con tono deciso — questi due si addicono al Paranoide e all’Ossessivo–compulsivo, adattamenti che in mediazione si incontrano spesso.
La differenza è tutta nel verso: «Vuoi dirmi che cosa stai pensando?» (esplorativo) contro «Dimmi cosa stai pensando» (direttivo).
Esiste infine uno stile bloccante, brusco e senza «per favore» («Fermati!»), che non appartiene ad alcun adattamento e si usa unicamente per arrestare un’escalation pericolosa, quando affiora la minaccia di violenza.
È la differenza tra aprire una seduta con un caldo «Che bello vederla in mediazione! Come va oggi?» e aggredire subito con «Ha pensato a ciò che è stato detto in sessione congiunta? Che cosa vogliamo fare?». La porta d’ingresso giusta cambia tutto.
Carezze e svalutazione: la radice del conflitto
Ogni transazione è anche uno scambio di carezze: unità di riconoscimento dell’altro, verbali o non verbali. Sappiamo — dagli studi di Spitz sui neonati e di Harlow sui primati — che la deprivazione di contatto è dannosa al punto da minacciare la vita: per questo, paradossalmente, meglio una carezza negativa che nessuna. La favola dei «caldi e morbidi» di Steiner racconta proprio come si impari, da piccoli, a fare economia di riconoscimento.
Per il mediatore conta soprattutto una distinzione: tra carezza negativa condizionata e svalutazione. La prima riguarda ciò che la persona fa («Hai scritto male quella parola»); la seconda colpisce ciò che la persona è («Sei odioso») e, distorcendo, non lascia spazio per costruire nulla. Non a caso la svalutazione sta alla base della maggior parte dei conflitti. Aiutare le parti a trasformare le svalutazioni in osservazioni sui comportamenti è già, di per sé, lavoro di mediazione.
Punti-chiave
— La transazione è uno scambio fra stati dell’Io; i tipi sono sei: complementare, incrociata, ulteriore/duplice, angolare, tangenziale, bloccante.
— Prima regola: finché le transazioni restano complementari la comunicazione continua. Seconda: l’incrociata la interrompe. Terza: nelle ulteriori decide il livello psicologico.
— Pensare «da marziano»: leggere i segnali non verbali e rendere esplicite le incongruenze, senza colpevolizzare.
— Davanti all’incrociata, all’angolare, alla bloccante: riportare all’Adulto e all’interesse concreto (i figli), proponendo un passo verificabile.
— Lo stile comunicativo va calibrato sull’adattamento dell’interlocutore; la svalutazione è la radice del conflitto.
Testo tratto e adattato dal capitolo «Analisi Transazionale» del manuale Leggere la persona, accompagnare il conflitto di Carlo Alberto Calcagno. I personaggi di Chiara e Davide sono esemplificativi. Riferimenti: E. Berne; C. Steiner, Copioni di vita; P. Watzlawick; R. Spitz; H. Harlow. olismo-integrato.it

