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Esperienze di mediazione familiare di un giurista


Relazione di Carlo Alberto Calcagno nell’ambito del Convegno “Dal conflitto al cambiamento: tra mediazione familiare ed altri percorsi” tenuto in Genova il 29/3/2014 presso la Aula Magna  della Scuola Superiore della Magistratura

Ci sono percorsi di formazione che nella vita di un professionista lasciano il segno.

Uno di questi è sicuramente quello della mediazione familiare.

E non solo per la pratica effettiva che per un operatore non psicologico potrebbe anche non realizzarsi mai.

Ma in prima evidenza per gli spunti di riflessione sul sé che nascono a fiotti anche dopo un solo colloquio dietro allo specchio.

Ci sono due demoni che aleggiano sempre nella stanza del supervisore:  il pregiudizio ed il giudizio contro cui il mediatore lotta tutta la vita.

Quando si media tuttavia restano compressi “nella testa”, si tenta di non esternarli e ove ci si riesca in qualche modo si salva l’apparenza della imparzialità.

Dietro allo specchio invece il silenzio è una spugna che si impregna a dismisura sino a che uno sbotta col vicino di sedia: tutto sembra di una chiarezza strabordante!

In realtà quelli che sono evidenti dopo una seduta di mediazione sono soltanto i propri difetti che si tende a riconoscere negli altri, perché questo aiuta a “sopportarci” meglio.

È importante diventarne consapevoli e la mediazione familiare dunque aiuta in primo luogo il mediatore e nel mio caso, il mediatore legale tirocinante, a prendere coscienza dei propri limiti.

Per chi poi sia abituato ad esercitare la pratica di mediazione in altri ambiti, si può ritenere che la mediazione familiare costituisca una “grande madre” ove allo stesso tempo tutto confluisce e da dove per alcuni aspetti giunge la risposta più adeguata.

Ci sono, infatti, temi complessi e delicati per cui le altre forme di mediazione – mi riferisco in particolare a quella civile e commerciale che pratico quotidianamente –  non costituiscono il miglior approccio.

Ultimamente la giurisprudenza,  in particolare quella del foro milanese, tende a considerare ad esempio le obbligazioni alimentari come suscettibili di mediazione civile e commerciale obbligatoria[1].

Anche una minima frequentazione delle sedute di mediazione familiare o degli interventi per il cambiamento o della terapia familiare potrebbe far cambiare radicalmente idea sul punto a qualsivoglia operatore del diritto.

Gli inadempimenti alimentari sono per lo più originati dalla non consapevolezza che si sarà sempre genitori: un tale stato non si può trattare certo in poche ore di mediazione civile, né tanto meno si può obbligare qualcuno a sedersi per prendere coscienza della genitorialità: potrebbe rivelarsi anche controproducente.

Anche se viene siglato un accordo, non vi potrà poi che essere una composizione una tantum. È come riparare una tazza da tè con il nastro da pacchi: il liquido non può che fuoriuscire da tutte le parti.

Perché noi siamo le emozioni che proviamo e le emozioni non si possono trattenere, ma ci possiamo educare a trasformarle. La vita cosciente è in fondo un lento tentativo di educazione e controllo.

La mediazione familiare è dunque un ottimo collante che permette di superare i propri limiti e di “educarsi” a diventare un recipiente nuovo.

In mediazione familiare si impara poi che l’obiettivo non è quello di rinvenire un accordo ad ogni costo; quel che importa è tracciare le linee di un percorso futuro in cui i genitori si possano riconoscere reciprocamente e dunque rispettare.

L’accordo verrà allora di conseguenza.

La mediazione sistemica ha poi il pregio, tra gli altri, di segnalare all’avvocato un nuovo significato del contesto in cui si muove l’intervento.

Per il professionista giuridico che non abbia alcuna esperienza di mediazione sistemica, il contesto coincide di solito con un data fattispecie e con l’applicazione ad essa della sua pregressa esperienza di casi analoghi: ciò gli sembra più che sufficiente ad illuminarlo sui passi da intraprendere nel presente ed in particolare ad invocare uno strumento piuttosto che un altro.

In mediazione familiare si scopre che il passato personale del mediatore ha rilevanza soltanto per il fatto che è sua volta parte del processo: ciò lo porta ad esempio a fare attenzione agli agganci emotivi da cui talvolta lo disincagliano soltanto i colleghi che stanno dietro allo specchio; è evidente del pari che lo stesso passato della coppia non ha valore assoluto, ma è un mero punto di partenza per intraprendere la ricostruzione del sistema di cui la coppia è parte (mi riferisco ai parenti, alla comunità, alle organizzazioni sociali di riferimento ecc.).

Perché è necessario ricostruire il sistema? Perché il mutamento del sistema incide sulla coppia e viceversa; per una mediazione efficace, per riportare nel sistema l’equilibrio omeostatico, per far sì che il sistema “si ripari da sé” e reagisca al nuovo stato della separazione, il mediatore ha dunque necessità di agire contemporanemante su diversi versanti: ad esempio coinvolgendo nella mediazione i parenti della coppia, talvolta i figli, ma pure gli assistenti sociali, il tribunale quando in qualche modo anche questi ultimi siano parte del sistema.

Il lavoro consulenziale del legale è certamente differente da quello del mediatore. Ma un legale che conosca la mediazione familiare lascia che il mediatore agisca sul conflitto:  così l’accordo che i coniugi troveranno potrà andare al di là della mera veste giuridica che il legale appresterà e diventare un programma da genitori separati.

Al legale poi il cliente chiede la più favorevole risoluzione di un caso; dal mediatore familiare la coppia trova un aiuto non tanto per trovare una soluzione, ma per scoprire dentro sé un nuovo modus operandi per affrontare il quotidiano ruolo di genitore a seguito della rottura del matrimonio.

Il mediatore ha quindi un ruolo maieutico che sulle prime può anche disorientare la coppia; il legale mediatore sa che questo ruolo può però costituire un valore aggiunto e che la soluzione più favorevole può spesso transitare attraverso “il lavoro delle parti” in mediazione.

È venuto il tempo di rivalutare la figura del mediatore familiare che non è certo il cugino povero di quello commerciale, di attribuirgli il posto che merita.

E ciò non solo perché il percorso da mediatore familiare è molto più accurato e completo (il mediatore familiare francese affronta un monte ore che è 13 volte tanto quello di un mcc italiano), perché si acquista una ben diversa sensibilità, quello che si dice comunemente “occhio clinico”, perché il mediatore familiare non ha la mera  funzione di deflazionare il contenzioso (peraltro nemmeno il civile dopo la riforma del decreto del fare).

Ma perché in Europa la mediazione civile e commerciale ha oggi perso terreno: si pensa ormai all’arbitrato, alla neutra valutazione, alla conciliazione con proposta; così è almeno nei più recenti documenti europei.

E la mediazione civile e commerciale non dà nemmeno grandi possibilità di impiego se non in cinque o sei stati: Germania, Repubblica Ceca, Portogallo, Regno Unito, Danimarca e Bulgaria.

Da noi in Italia a seguito del decreto del fare c’è un mediatore civile e commerciale ogni 243 abitanti, in Europa ogni 1818.

D’altronde la formazione media nei 27 stati è di 74 ore con soli tre stati ove si celebra un esame di stato (Grecia, Repubblica Ceca e Bulgaria) e dunque non si può pretendere che sia stata operata una grande selezione.

E dunque lancio un appello anche ai mediatori commerciali: se avete una vera passione per la mediazione e se volete un futuro in questa professione rimettetevi a studiare e affrontate il percorso da mediatori familiari.

Se non altro per riscoprire una grande verità: il cammino della conoscenza non si ferma mai e dunque il nostro obiettivo non può che essere semplicemente quello di camminare. Grazie.

 

[1] Cfr. C.A. CALCAGNO,  Sulla mediazione delegata civile e commerciale in materia di crediti pecuniari da mantenimento. Commento in margine a Tribunale di Milano – Sezione IX civile – Ordinanza 29 ottobre 2013. https://mediaresenzaconfini.org/2013/11/23/sulla-mediazione-delegata-civile-e-commerciale-in-materia-di-crediti-pecuniari-da-mantenimento/

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Comments

  1. nuccia colomo says:

    Che dire! Ubi maior

    Mi piace

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